22 febbraio 2008

UN PARCO PER GLI ETRUSCHI

Inaugurazione ufficiale l'11 luglio per il "Parco Archeologico di Baratti e Populonia", che racchiude in oltre 80 ettari le vestigia di civiltà e popoli antichissimi

Paolo Maggi
Festa grande nell’incantevole golfo di Baratti per l’inaugurazione ufficiale del “Parco Archeologico di Baratti e Populonia” che custodisce un vero e proprio “regno della civiltà etrusca”. Ai piedi della medievale rocca di Populonia, tra il golfo, il gruppo di piccole case, il molo e il promontorio di Piombino, il Parco racchiude in oltre 80 ettari le vestigia di civiltà e popoli antichissimi. Incastonata nella suggestiva bellezza naturale del golfo, si presenta in tutta la sua straordinaria forza anche la ricchezza delle presenze archeologiche che illustrano le diverse fasi culturali e storiche che si sono avvicendate nei secoli. Dai primi insediamenti dell’età del ferro (IX-VIII sec. a.C.) alle estese necropoli orientalizzanti e arcaiche (VII-VIII sec. a.C.), dalle tombe a tumulo e a edicola di San Cerbone, del Casone o di Poggio Porcareccia fino a quelle ellenistiche (IV-II sec. a. C.) con le suggestive tombe ipogee scavate nel tufo e nascoste nel bosco località Le Grotte e le particolarissime sepolture venute alla luce recentemente nella zona di un’antica cava di arenaria. Un’importanza del sito archeologico sulla terraferma che si conferma anche nel mare che l’accarezza, dove molti sono i relitti di imbarcazioni prevalentemente romane con rinvenimenti di veri e propri tesori, come il carico di spezie e essenze del Pozzino e la famosa Anfora d’argento, custoditi nel Museo Archeologico di Firenze. Nell’ambito della vasta possibilità di percorsi, il Parco propone due itinerari di maggior attrattiva: il primo interessa la zona centrale del golfo dove si trovano le necropoli orientalizzanti e arcaiche (tomba Dei Carri, dei Letti Funebri, Delle Pissidi ecc.), le tombe a edicola e a cassettone o sarcofago, con la possibilità di visitare anche edifici industriali utilizzati dal IV al III sec. A. C per la lavorazione del ferro; il secondo percorso continua a ritroso nella storia alla scoperta del suggestivo sentiero che attraverso il bosco porta alle sepolture ipogee di età ellenistica, accessibili attraverso un breve corridoio a gradini. A ridosso della necropoli presso le cave di calcaree poi si possono ammirare imponenti fronti di roccia con decine di tombe a camera, alcune delle quali disposte su due livelli. Nell’insieme la visita completa del parco richiede circa 6 ore. Con la nuova gestione affidata ai “Parchi della Val di Cornia”, società a prevalenza pubblica alla quale i Comuni hanno demandato la gestione del sistema dei parchi della Val di Cornia, i visitatori possono disporre anche di un Centro di documentazione multimediale, servizi di ristoro, programmi personalizzzati per le scuole e visite guidate. Il ciak sarà dato sabato 11 luglio alle 10 in punto dal vice presidente del Consiglio Walter Veltroni. A luglio il parco resterà aperto tutti i giorni dalle 9 alle 20 con chiusura il lunedì, mentre d’agosto tutti i giorni dalle 9 alle 20. Le tariffe sono differenziate a seconda dei servizi richiesti, del settore interessato alla visita e dalle riduzioni previste. Il biglietto base intero costa 12 mila lire. Per informazioni rivolgersi alla Società parchi Val di Cornia, tel. 0565/49430.

pubblicato sul magazine VivaPiazza (luglio/agosto 1998)

5 febbraio 2008

Nella nursery di tartarughe e cicogne

marzo 2001 (Coopinforma n. 58)








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4 febbraio 2008

Padule di Fucecchio

Dopo tre secoli la cicogna torna a riprodursi
di Paolo Maggi (sett. 2005 - Coopinforma n. 76)

Una splendida coppia di cicogne bianche nella primavera scorsa ha nidificato su un traliccio dell'Enel ai margini del Padule di Fucecchio, allevando poi con successo un'eccezionale covata di ben cinque pulcini. Sono ormai alcuni anni che la specie è presente nel Padule nel periodo della riproduzione, ma, "mai fino ad oggi - dicono con soddisfazione gli esperti del Centro Documentazione del Padule di Fucecchio - si era verificata la costruzione del nido e l'allevamento dei picoli". E la soddisfazione sembra davvero giustificata visto che "si tratta della prima nidificazione in Toscana da almeno tre secoli!". La coppia di cicogne che si è riprodotta a Fucecchio è "mista": il maschio è probabilmente selvatico, mentre la femmina, come è stato possibile appurare leggendo a distanza la sigla sull'anello applicato ad una zampa, proviene dal centro di allevamento "Carapax" di Massa Marittima, dove è nata nella primavera del 2000. I piccoli, nati a metà maggio, sono rimasti circa 70 giorni nel nido, nutriti da entrambi i genitori che hanno dovuto battere in lungo e in largo il Padule e le aree vicine per trovare cibo sufficiente ad una famiglia tanto numerosa. A questo punto inizia il conto alla rovescia per la seconda stagione di nidificazione, dato che ci sono buone probabilità che le cicogne tornino a Fucecchio, nello stesso sito, anche nel prossimo anno; magari invogliando anche altre coppie a formare una piccola colonia nell'area del Padule. Maggiori informazioni e immagini si possono trovare sulle pagine web: www.zoneumidetoscane.it/eventi/padeventi.html.

Leon Battista Alberti

A Palazzo Strozzi si celebra l’uomo del Rinascimento

Dall’11 marzo al 23 luglio 2006 di scena la mostra “L’uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le arti a Firenze fra ragione e bellezza”.

di Paolo Maggi (febbraio2003)

C’è, probabilmente la mano di Leon Battista Alberti dietro “La città ideale”, il misterioso e suggestivo dipinto quattrocentesco, in passato attribuito a Piero della Francesca, simbolo universale del classicismo e della perfezione formale del Rinascimento. A testimoniarlo è un disegno nascosto sotto la superficie pittorica del dipinto conservato nel Palazzo Ducale di Urbino, venuto “alla luce” in seguito a ricerche effettuate con nuove tecniche diagnostiche. Il disegno è identico al dipinto, “un rarissimo caso di fotocopia monocroma”, come lo ha definito l’esperto internazionale di diagnostica Maurizio Saracini e che secondo Gabriele Morolli “prefigura alla perfezione forme, volumi e prospettiva dell'intera rappresentazione rivelando l'opera non di un pittore, ma di un architetto come Alberti”. Ma c'è di più: «Gli edifici rappresentati - aggiunge Morolli - non solo sono fedeli trascrizioni di architettura descritte nel trattato albertiano "De Re Aedificatoria", ma citano anche note opere di Alberti, in particolare Palazzo Rucellai e la facciata di Santa Maria Novella a Firenze, il tempio Malatestiano a Rimini. Niente ci proibisce dunque di pensare che Alberti abbia realizzato il disegno e che altri lo abbiano colorato». Si tratta di una delle sorprendenti, recenti acquisizioni intorno all’opera enciclopedica e spettacolare di Leon Battista Alberti che faranno parte delle circa 200 opere della mostra “L’uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le Arti a Firenze tra Ragione e Bellezza” che dall’11 marzo al 23 luglio 2006 si terrà in Palazzo Strozzi a Firenze. La rassegna a cura di Cristina Acidini e Gabriele Morolli propone opere in gran parte di Alberti e di grandi artisti sui quali si è esercitato l’ascendente delle sue teorie come Donatello, Ghiberti, Beato Angelico, Bernardo Rossellino, Andrea Del Castagno, lo Scheggia, Filippino Lippi, Filarete, Verrocchio, Botticelli, e molti altri. Si tratta di 34 dipinti, 22 disegni, 30 sculture o rilievi, 4 elementi architettonici, 11 gessi, 231 manufatti fra tessuti, modellini e oreficerie, 6 medaglie, 20 manoscritti, 5 lettere, 13 volumi a stampa. Tra i pezzi più ghiotti anche alcuni straordinari Donatello: la Madonna con Bambino eccezionalmente prestata dal Louvre, il Banchetto di Erode dal musèe des Beaux Art di Lille, la Madonna col bambino e Angeli del Victoria and Albert Museum. Ma anche la Presa di Troia del Maestro di Apollo e Dafne prestata dalla New York University, la placchetta ritenuta Autoritratto di profilo di Alberti della National Gallery di Washington, la Calunnia di Botticelloi dagli Uffizi, l’Armadio degli argenti di Beato Angelico dal Museo di San Marco e La città ideale, da Urbino. Un apporto particolarmente importante alla mostra è dato da un gruppo di documenti inediti provenienti dagli archivi familiari che consentono di ricostruire il sofferto rapporto che Alberti ebbe con la famiglia. In particolare un albero genealogico su pergamena gualcita di 14 centimetri per 25. Un vero piccolo tesoro apparentemente insignificante, che per secoli non aveva attirato l’attenzione degli studiosi, ma che oggi si è rivelato estremamente importante, scritto da Leon Battista Alberti in persona e che sarà esposto per la prima volta in Palazzo Strozzi. La mostra che si tiene a conclusione della manifestazioni per il VI centenario della nascita di Leon Battista, promossa e prodotta dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze con il patrocinio del Presidente della Repubblica, oltre a candidarsi come l’evento artistico fiorentino del 2006, sarà una pietra miliare per capire meglio “quest’uomo del Rinascimento” attraverso le innumerevoli testimonianze architettoniche, pittoriche, matematiche, chimiche, musicali. Di notevole pregio anche il catalogo realizzato da Mandragora e Maschietto editore, che insieme gestiscono anche il bookshop della mostra. Le due case editrici fiorentine si sono unite in doppio marchio “per affermare – hanno sottolineato i due editori Mario Curia e Federico Maschietto la comune volontà di costruire una realtà cittadina in grado di confrontarsi con i maggiori competitori nazionali”.

La mostra rimarrà aperta tutti il venerdì dalle 9 alle 23 e gli altri giorni dalle 9 alle 20 (info Sigma C.S.C. tel. 055 2469600).

Nuovo Museo di Strumenti Musicali

Massa Marittima

Nell’antica chiesa di S. Pietro all’Orto
il Museo degli strumenti musicali

In mostra anche un pianoforte uguale a quello usato da Mahler. Vi si può ammirare in diretta anche l’arte del restauro. Un affascinante viaggio alla scoperta dell’evoluzione degli strumenti musicali dell’occidente.

di Paolo Maggi (novembre 2003)

Forte piani, pianoforti e uno splendido clavicembalo del ‘600, muti testimoni di melodie religiose e antiche sonate, accolgono il visitatore nel Museo degli Strumenti Musicali di Massa Marittima, inaugurato nella scorsa estate, e lo accompagnano in viaggio appassionante. Un viaggio attraverso l’evoluzione tecnologica, stilistica e di gusto degli strumenti musicali, reso possibile grazie a Lorenzo Ronzoni, appassionato collezionista e restauratore di strumenti musicali, soprattutto di organi meccanici antichi.
Dopo aver stipulato un accordo con l’amministrazione comunale e aver dato vita, con il suo prezioso patrimonio, ad una Fondazione senza scopi di lucro, Lorenzo Ronzoni ha potuto allesti
re il percorso museale in alcuni locali all’interno del complesso di San Pietro All’Orto, da lui personalmente restaurati, anche riportando alla luce monofore e frammenti di affreschi della prima chiesa di Massa Marittima, dei quali non se ne conosceva neppure l’esistenza. Uno scenario suggestivo dove fanno dove possiamo ammirare,fra gli altri, un clavicembalo del ‘600, quattro Forte piani datati rispettivamente 1790 al 1820, 1840 e 1860 e un pianoforte a coda Bluthner, uguale a quello che usava Mahler, del 1904. Una vera e propria delizia per gli appassionati ma anche per i profani e per tutti coloro che intendono aprire una finestra singolare e affascinante sulla nostra storia che “racconta l’evoluzione del pianoforte, simbolo eminente della civiltà musicale occidentale”. All’interno del Museo inoltre i visitatori possono ammirare in diretta, in un apposito laboratorio, le varie fasi del restauro. Si tratta di un percorso unico nel suo genere con organi di rara bellezza e importanza – dice Lorenzo Ronzoni – raccolti soprattutto quando, in seguito ad una errata interpretazione dei dettami del Concilio Ecumenico Vaticano II, molte chiese si demolendo cantorie e svendendo gli strumenti inutilizzati che vennero per lo più trasformati in librerie, armadi, teche espositive di preziosi e altro. Alcuni vennero salvati e sottratti a questo tragico destino da appassionati musicisti e si trovano oggi nelle case di privati, sottratti quindi al godimento pubblico”. Il Museo degli strumenti Musicali (aperto tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18, info 3470854024), è situato all’interno della chiesa sconsacrata nel complesso di S. Pietro all’Orto, nella cosiddetta “Città Nuova” anche se d’epoca medievale. Il complesso comprende anche la chiesa di Sant’Agostino e tutta la parte conventuale dove si trovano anche la Collezione d’Arte contemporanea del Comune e il Museo di Arte sacra.

3 febbraio 2008

Per le strade dell’isola d'Elba


pedalando fra cielo e mare

di Paolo Maggi (Coopinforma ottobre 2003)
Ogni stagione è quella buona per pedalare sospesi fra cielo e mare sulle strade dell’isola d’Elba. Meglio comunque evitare i periodi superaffollati della vacanza a tutti i costi per non subire le angherie e gli olezzi del traffico motorizzato e godersi al meglio il verde, l’azzurro e tutto l’arcobaleno di colori e lo scibile di profumi che l’isola offre, generosamente, in ogni mese dell’anno. Conosciuta fino ad un non lontano passato per le sue miniere, l’Elba, chiamata dai liguri “Ilva”, dai greci “Aethalia”, è stata dapprima ligure e poi greca, etrusca e per secoli romana. Nel medio evo dei pisani e quindi degli Appiani e custodisce ancora tante testimonianze lasciate dai Medici, dagli Spagnoli e dal breve regno napoleonico. A circa dieci chilometri dal continente la maggiore delle isole dell’Arcipelago toscano, terza in grandezza fra quelle italiane, si raggiunge in meno di un’ora di traghetto da Piombino e offre un’infinità di proposte turistico-alberghiere. Messa a “puntino” la bicicletta, mountain bike o city bike e scelta la compagnia adatta, non resta che pedalare e lasciarsi conquistare da questo vero e proprio paradiso del cicloturista. Scenari mozzafiato, scogliere scoscese, lunghe lingue di sabbia o piccole baie, borghi ricchi di storia, porti e porticcioli immersi in una natura ora incontaminata, ora ferita dal lavoro dell’uomo per trarne minerali e metalli, accompagnano il ciclista lungo una rete di strade che attraversano l’isola in lungo e largo e che svelano oltre 150 chilometri di costa e che, non a caso, la leggenda narra essere una delle gemme che caddero dal diadema di Venere, nelle onde del mare. Il nostro itinerario, diviso in due tappe, si snoda per oltre 120 chilometri, adatti a “tutte le gambe”, purché minimamente allenate a pedalare. La prima tappa parte da Portoferraio, passa per Marina di Campo e raggiunge Capoliveri. Circa 74 chilometri, dominati dalla dura ma breve fatica per salire a Poggio e Marciana.La seconda tappa da Capoliveri ritorna a Portoferraio passando dalle pendici del Monte Calamita, “dove le navi andavano a cozzare sul promontorio roccioso, perché attratte dal minerale magnetico”, come narra un’antica leggenda. 57 chilometri alla scoperta dei siti minerari più importanti dell’isola, punteggiato da paesi, ville, santuari, baie e porticcioli di rara bellezza e da una sgambata sui pedali per scavalcare il Volterraio, la più alta sentinella dell’isola.
Portoferraio – Marina di Campo – Capoliveri (74 chilometri)
Da Piombino traghettiamo fino a Portoferraio, il centro principale dell’Elba, così chiamato perché dal suo porto salpavano le navi cariche di ferro. E’ un borgo circondato da mura cinquecentesche, dominato dal Forte Stella e dal Forte Falcone dove Napoleone trascorse il suo esilio prima dei “cento giorni” e proprio per ricordare l’arrivo dell’Imperatore francese, ogni anno, il 4 di maggio , nell’isola prende il via il “Maggio napoleonico. Da Portoferraio, sede del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, imbocchiamo la strada in direzione di Marciana Marina. Arrivati al bivio di Carpani (3 Km), si svolta a destra e passiamo in prossimità dell’abitato di Biodola (7 Km), superando un piccolo colle (136 m), da dove si gode tutta la bellezza del golfo che racchiude le spiagge di Biodola e Scaglieri. Raggiungiamo l’abitato di Procchio (6 Km) e sempre pedalando sulla provinciale litoranea si raggiunge a Marciana Marina (7 Km). All’altezza dei campi da tennis della cittadina si attraversa un ponte che porta in Val di Cappone, all’inizio di un sentiero botanico ripristinato anni addietro da Legambiente dove si possono ammirare molte delle principali specie vegetali della macchia mediterranea, oltre a bellissime e superprotette orchidee spontanee. Da marciana parte la prima vera sgambata del nostro percorso. Si sale fino Poggio, 330 metri sul livello del mare (4 Km). Nella salita s’incontra anche una piccola fonte da dove sgorga l’”acqua di Poggio” che ancora oggi gli elbani vengono a prendere e che fino a non molto tempo fa, era venduta a poche lire dagli acquaioli. Da Poggio raggiungiamo poi Marciana (3 Km), alle pendici del monte Capanne 1018 m.. Qui possiamo ammirare la bella fortezza pisana e dal piazzale delle scuole medie, godere di uno splendido panorama fra “terra e mare”. Dal centro del paese parte una scalinata in pietra che porta al romitorio della Madonna del Monte, luogo deputato agli incontri tra Napoleone e Maria Walewska, nei dieci mesi che l’Imperatore soggiornò nell’isola, e alcuni sentieri escursionistici (CAI) che permettono di scoprire il massiccio del monte Capanne, una delle zone più suggestive del Parco. Dopo la sgambata in salita, un’emozionante discesa ci fa scivolare velocemente lungo la strada provinciale che man mano diventa litoranea, con vista su una costa frastagliata e a strapiombo sul mare con numerosi affacci su panorami da favola. Dopo aver raggiunto l’abitato di Zanca, 148 m., (6 Km) si procede fino a Patresi (2 Km), dove il tramonto sul mare, che qui chiamano “Posa di sole”, è uno spettacolo da non perdere. Si procede per le località Mortaio, Patresi Colle d’Orano 140 m., sospesi fra mare e monti sulla litoranea. Si scende fino a Chiessi e quindi a Pomonte, paesi dove fioriscono i “gerani più rossi e si fa un vino forte e secco”. Poco dopo possiamo ammirare le splendide insenature di Fetovaia (4 Km) e Seccheto (2 Km).
Dopo nemmeno un chilometro costeggiamo il golfo di Cavoli con l’unica spiaggia bianca dell’isola e, curiosità non da poco, nel retrospiaggia, vi cresce l’unico esemplare spontaneo sull’isola di “Maclura pomifera”, magnifica pianta del Texas dai curiosi frutti. La strada poi abbandona la costa per tagliare il promontorio di Capo Poro, vera e propria terra del vino, altra delizia dell’isola, che chiude a ovest il golfo di Marina di Campo (5 Km). Lasciato il “paese più mondano” dell’Elba e la sua bellissima spiaggia, passiamo da San Mamiliano (1 Km), da dove il nostro percorso inizia a salire per attraversare il monte Tambone che scavalchiamo a quota 261 m. (4 Km), dove si gode di un panorama mozzafiato sui golfi di Lacuna e Stella e il monte Calamita. Una bella discesa ci porta poi fino a Lacona (4 Km) che vanta, in una parte del suo arenile, una preziosa fascia dunale dove rinasce e fiorisce ogni anno quella vegetazione che ha il suo massimo splendore nel “Pancratium Maritimum”, il candido giglio della sabbia. Dopo Lacona costeggiamo una parte del golfo Stella per poi addentrarci nell’interno fino a incontrare la provinciale che unisce Portoferraio a Capoliveri e Porto Azzurro, quindi imboccarla sulla destra fino all’abitato di Capoliveri. 167 m. (11 Km). Una splendida piazzetta immersa in un borgo medievale e una spiccata iniziativa locale ne fanno uno dei centri estivi più ricercati e, d’estate, la capitale del jazz. Nei dintorni splendide insenature e ovviamente il monte Calamita, 413 m. con le sue miniere e la scogliera di Punta dei Ripalta, dove in primavera nidificano migliaia di gabbiani.
Capoliveri – Rio Marina – Portoferraio (57 chilometri)
Da Capoliveri si torna indietro per 3.5 Km e poi si prende a destra, costeggiando la baia di Mola fino a Porto Azzurro (1.5 Km). Il paese è dominato dalla Fortezza di San Giacomo di Longone, ora penitenziario. Da porto Azzurro, già Porto Longone, si procede verso Nord nella valle del Fosso di Riale e poi, risalendo nel bacino del rio di Ortano si arriva fin sotto al paese di Rio nell’Elba da dove, svoltando a destra si scende fino a Rio Marina (3 Km). E’ questa la parte dell’isola che più mostra i segni dell’escavazione secolare dei minerali. Paese caratteristico incastonato in un piccola insenatura incorniciata dalla roccia delle miniere e sovrastata da una torre Cinquecentesca costruita da Jacopo V Appiani. In paese si può visitare la chiesa di San Rocco, il museo dei minerali Elbani presso il palazzo comunale e il Museo Mineralogico “Alfeo Ricci”, che illustrano la ricca varietà dei minerali dell’isola. Da Rio Marina si procede poi per la strada provinciale attraverso una serie di tornanti che si snodano fra l’azzurro del mare e i colori delle rocce ferrose, fino ad arrivare a Cavo (7 Km), piccolo porto con una spiaggia molto bella. Da qui si torna indietro, si attraversa nuovamente Rio Marina e si procede in salita fino a Rio nell’Elba, 178 m. (10 Km). Qui suggeriamo di sostare nel punto dove la strada scorre sotto il paese per visitare gli antichi lavatoi e da lì risalire a piedi verso il paese per andare alla scoperta dei “canali”, bocche di bronzo dalle quali sgorga l’acqua che ha segnato anche nel nome l’antico e suggestivo paese. Nei pressi di Rio, lungo la strada per Nisporto s’incontra l’affascinante eremo di S. Caterina, caro alla devozione degli abitanti del versante del ferro, che a questa santa egiziana offrivano ex voto per scampati pericoli di mare e di miniera. Da Rio nell’Elba si scende fino all’incrocio con le strade che vanno verso Rio Marina, Porto Azzurro e sulla destra con quella che imbocchiamo per scavalcare il Volterraio, m. 409 (6 Km), dominato da una superba rocca pisana. Dopo aver goduto appieno del panorama che si staglia a 360 gradi si scende fino al bivio dell’Ottone (4 Km), che merita una deviazione di poche centinaia di metri fino al Camping Rosselba, per ammirare un intero giardino di palme in cui convivono esemplari di tutto il mondo con la “Camerops humilis”, la palma nana di S. Antioco, unica originaria dell’Europa. Sempre sulla strada provinciale, appena prima di una breve ma ripida discesa, in uno slargo sulla destra, s’intravedono le mura che delimitano la grande villa romana delle Grotte (5Km). La parte scavata e riportata alla luce è cento metri più avanti e guarda la città di Portoferraio offrendo un bellissimo panorama. Da qui raggiungiamo il bivio per Carpani (4 Km) e quindi Portoferraio (3 Km).
Un po’ di cucina elbana
Cacciucco
E’ forse la ricetta più albana che c’è. Un vero e proprio piatto unico tant’é gustoso e ricco. Fatto un soffritto di cipolle, pomodori e zenzero si aggiungono in pentola diverse qualità di pesce, cominciando da quello più “duro”, che necessita di un tempo di cottura più lungo, fino a crostacei e frutti di mare. Si cuoce a fuoco lento e aggiungendo molta acqua. Si serve in un piatto foderato con fette di pane abbrustolito e agliato.
Polpo Lesso
Il polpo va prima scottato almeno tre volte in acqua bollente non salata e poi fatto bollire con sale e peperoncino.
Gurguglione
Si fanno rosolare in poco olio d’oliva, a fuoco vivo, pomodori, melanzane, peperoni, cipolla, zucchine, prezzemolo e basilico. Dopo si aggiungono pomodori freschi tagliati a pezzetti e si continua la cottura finché le verdure non sono cotte sufficientemente.
Riso al nero di seppia
Si puliscono le seppie mettendo da una parte le vesciche con il “nero” e si fa un trito con i tentacoli. In un tegame versiamo un bicchiere d’olio d’oliva e facciamo appassire un po’ di cipolla, aggiungiamo le seppie e il trito dei tentacoli. Cuociamo per qualche minuto e versiamo un bicchiere di vino rosso, si lascia evaporare e poi aggiungiamo pomodoro a pezzetti, prezzemolo, aglio, sale e peperoncino. Quando le seppie sono cotte mescoliamo con il nero e il riso.
Stoccafisso alla riese
In un recipiente, meglio se di terracotta, facciamo soffriggere in olio d’oliva un trito di cipolla, zenzero, basilico, prezzemolo, sale, pepe, capperi, olive e pinoli. Si aggiungono pomodori freschi a pezzetti e cuociamo a fuoco moderato. Alla fine aggiungiamo lo stoccafisso. Per completare la cottura andrà aggiunta man mano dell’acqua. Si serve spolverato di parmigiano grattugiato.

Nota: un grazie davvero di cuore a Giovanna Neri, amante e profonda conoscitrice dell'isola.

2 febbraio 2008

In Toscana la "Chiocciola" va forte

di paolo Maggi (Coopinforma n. 84)

21 osterie toscane premiate con la “Chiocciola”, lo speciale riconoscimento attribuito dalla guida 2007 di “Osterie d’Italia - sussidiario del mangiarbere all’italiana” di Slow Food. La Toscana risulta così la regione più premiata insieme alla Lombardia. Quest’anno sono stati insigniti della “chiocciola” in tutto 200 locali, particolarmente in sintonia con la filosofia Slow Food per l’ambiente, la cucina e l’accoglienza. Complessivamente la guida, giunta alla diciassettesima edizione, propone ben 656 soste di piacere, osterie, trattorie, ristoranti, enoteche e aziende agrituristiche. Le osterie premiate con la “chiocciola” in Toscana Sono: Antica fattoria del Grottaione a Castel del Piano (Gr), La Solita zuppa a Chiusi (Si); il Cibreo e Mario a Firenze; Locanda Borgo antico a Lucolena (Fi); Hosteria la Vecchia Rota di Marciano della Chiana (Ar); Osteria Bonanni a Montelupo Fiorentino; Il frantoio di Montescudaio (Pi); Il Pozzo di Pieve Fosciana (Lu); Il Garibaldi innamorato, Piombino (Li); Re di Puglia, Coltano (Pi); Da Bussé, Pontremoli (Ms); La Tana degli orsi, Pratovecchio (Ar); Boscaglia opificio del Bosco, Radicandoli (Si); Osteria del carcere di San Gimignano (Si); La Vecchia cantina, Maresca (Pt); Da Gagliano, Sartiano (Si), Hosteria il carroccio (Si); Il Caminetto da Ghigo, Suvereto (Li); Costachiara e L’acquolina di Terranova Bracciolini (Ar).

15 ottobre 2007

L'apnea mondiale torna all'Elba


di Giovanna Neri


Tre giorni di grande apnea per uno stage come un ritorno a casa, nel blu delle acque dell’Isola d’Elba dove il progetto è nato ed ha mosso i primi passi nel 1995, per poi diventare itinerante e continuare a crescere fino a presentarsi oggi come una realtà a livello mondiale. Negli anni in cui l’apnea era la sorella negletta delle immersioni con i respiratori, Renzo Mazzarri, elbano doc, tre volte campione del mondo di pesca subacquea e Umberto Pelizzari, bustocco, capitato a Portoferraio come Pompiere di leva, curato a dovere da un altro Vigile del Fuoco, Massimo Giudicelli, e diventato pluriprimatista mondiale di apnea profonda, decisero di creare Apnea Academy, una scuola specifica di apnea per la formazione e la ricerca. In pochi anni, grazie a questa Accademia forte di scienza e coscienza, l’apnea non ha più rari mostri sacri che osano l’inosabile, ma un vero esercito di apneisti guidati e orientati da 250 istruttori, 150 dei quali stranieri. Una Accademia dove non si va alla ricerca del “ muro” da sfondare, ma dell’armonia primordiale e materna dell’acqua.

Novanta apneisti, da venerdì 28 a domenica 30 settembre, si sono ritrovati a Portoferraio, tra il verde e il mare dell’Enfola, fortemente voluti in questo ritorno isolano da Roberto Landi del Diving Enfola che ha il supporto tecnico. Età da 18 a 58 anni, famiglie al seguito, moltissimi italiani ma anche slavi e un ungherese, tecnicamente presenti allo stage per affinare l’assetto variabile e la monopinna, concretamente per maturare esperienze nuove, affidate ad istruttori espertissimi ed in costante evoluzione. In acqua, 10 cavi per l’assetto costante e tre slitte per l’assetto variabile su un fondale massimo di 50 metri, profondità impensabile per non agonisti fino a qualche anno fa ed ora possibile e sicura grazie al punto di forza della Apnea Academy, la didattica in continuo aggiornamento, con istruttori capaci di pensare ed insegnare apnea. “ L’apnea è la conseguenza dell’imparare a respirare – sembra una iperbole quella di Emanuela Corbo, organizzatrice dello stage elbano – l’apnea si ottiene da respirazione, rilassamento e benessere, in una parola, armonia”. Generata dalla fusione tra le diverse tecniche fisiche e di rilassamento, questa armonia ha fatto di “Pelo”, oggi presidente dell’Apnea Academy, il signore degli abissi. Abissi non da dominare o penetrare, ma luogo dove cercare con dolore o con dolcezza il proprio io, la propria anima. “ Non si scende in apnea per vedere, ma per guardarsi dentro – scrive Pelizzari – è il mio essere umano che supera il limite, che si cerca fondendosi col mare, che si immerge in se stesso e si ritrova." Tra i 90 dell’Enfola c’erano anche agonisti, qualcuno venuto qui per allenarsi, ma nessuno, guardando il mare stuzzicato dal vento di ponente ha pensato ad una sfida : “ Scendere in profondità è per conoscersi meglio; essere apneisti significa crescere, condividere esperienze uniche, diventare persone consapevoli di sé, respirare nel mare, con il mare, che è libertà” conclude Emanuela, solleticando la memoria di dolci e forti versi francesi “ Uomo libero, sempre ti sarà diletto il mare, tua anima”.

Nasce l'Oasi di San Felice

di Paolo Maggi

Il picchiettare ritmato del picchio o l'apparire "rumoroso" della ghiandaia marina e, con il caldo d'estate, il frinire delle cicale sono alcune delle note speciali che compongono la colonna sonora dell'emozionante spettacolo naturale che si presenterà al visitatore dell'Oasi WWF di San Felice.
Un lembo di costa maremmana fra Castiglione della Pescaia e principina che dal luglio scorso è dientato Oasi affiliata del WWF, grazie a un accordo fra il gruppo Allianz e Comune di Grosseto, sotto l'egida del WWF. Allianz si è impegnata a gestire i 50 ettari della tenuta di sua proprietà, secondo i rigorosi criteri stabiliti dal WWF per queste speciali riserve naturalistiche e in accordo con i programmi di tutela delle amministrazioni locali.
L’Oasi San Felice è certamente uno dei luoghi più preziosi di quel sistema dunale della
Maremma, che rappresenta uno dei tratti più lunghi e meglio conservati del
litorale tirrenico. Si presenta ancora integro e ospita un’interessante flora delle sabbie, una zona umida costiera lambisce l’area meridionale.
Verso l’interno, si trova la zona della duna consolidata, colonizzata da arbusti e cespugli di macchia mediterranea, fino poi arrivare a riconoscere l’andamento delle vecchie dune ‘fossili’.
Una habitat integro che è raro vedere, considerato uno dei dieci tratti di costa italiani più preziosi e oggi a rischio di scomparsa. le coste italiane sono infatti vittime di un un processo rapido e di grande impatto, con spiagge che arretrano anche di metri, determinato dagli impatti dell'uomo: prelievo di ghiaia dai corsi d'acqua, costruzione di dighe lungo i fiumi, una gestione sbagliata
delle spiagge con l'eliminazione delle piante tipiche delle dune e la distruzione in mare della posidonia. Senza dimenticare i cambiamenti climatici che sta alterando gli equilibri naturali del mare.
Da un rapporto del WWF, si è calcolato che su circa 8000 chilometri di costa, soltanto 362 aree sono risultate libere, cioè non interessate da insediamenti umani, per un totale di circa 2200 ettari. Dunque il 29% delle coste è integralmente libero, il 13% è oggetto di occupazione parziale, il 58% di occupazione estensiva. Il 42% delle spiagge italiane è in erosione, soprattutto a causa della carenza di sedimenti dovuta alla costruzione di sbarramenti, al dragaggio di sabbia e ghiaia dagli alvei fluviali e alla costruzione di porti e strutture che bloccano l’arrivo al mare dei sedimenti in grado di ricostruire la spiaggia erosa. Un approccio devastante in un paese in cui 33 aree costiere, per un totale di 4.500 chilometri quadrati, sono a rischio, come si afferma in uno studio sulla vulnerabilità climatica del nostro Paese.
Diventa un impegno di tutti quindi fare ogni sforzo possibile per preservare questi habitat partendo proprio dalle 10 spiagge selvagge che rappresentano il meglio di ciò che è rimasto in Italia: il Parco Migliarino San Rossore; le dune della maremma toscana; il Parco del Circeo; il delta del Po; la costa ionica lucana; la costa della Riserva naturale di Torre Guaceto; la costa della Riserva naturale di Torre Salsa; la costa di Vendicari e Capo Passero; l’area di Piscinas - Pistis e l’area di Porto Pino. Nella primavera del 2008, durante la Giornata delle Oasi WWF, si terrà l'inaugurazione ufficiale dell'Oasi di San Felice.
Per altre informazioni visitare il sito www.oasisanfelice.it

13 ottobre 2007

Rocca di Frassinello: cantina d'autore in Maremma



Inaugurata la cantina progettata da Renzo Piano. La barriquerie, scavata 50 metri nella roccia contiene 2500 botti di rovere francese. Conferita dal comune di Gavorrano la cittadinanza onoraria all'architetto.














La trasformazione del vino è un rituale sacro e misterioso, che avviene sottoterra, in segreto e la cantina è il luogo antico dove questo accade. Questa l’idea ispiratrice per la realizzazione della cantina Rocca di Frassinello a Giuncarico di Gavorrano che è nata dall’amicizia e dalla collaborazione tra Paolo Panerai, giornalista editore e proprietario del podere Castellare nel Chianti e Renzo Piano, uno dei più grandi architetti contemporanei.
Dopo una ricognizione in elicottero (perché Piano ha bisogno prima di “capire l’ambiente dall’alto, come gli uccelli, perché un architetto deve anche imparare a volare”) i suoi post-it gialli erano già pieni di segni e tratti di pennarello: il primo sogno del progetto. Sulla collina di Poggio alla Guardia, sulla rocca testimonianza appunto di un antico posto di guardia, davanti al borgo medievale di Giuncarico nel cuore della maremma ha preso vita la cantina, immaginata come spazio segreto da Piano, maestro di essenzialità. Un insolito progetto “piccolo” per Piano, che è solito lavorare a grandi opere, ma non per questo più facile. Un luogo nobile, ma realizzato senza sfarzi e lusso perché una cantina rimane pur sempre “una fabbrica e non un monumento”, come precisa l'architetto. Il cuore della cantina è la barriquerie o barricaia, che è stata scavata 50 metri nella roccia e contiene 2500 botti di rovere francese disposte a gradoni concentrici e discendenti come un’arena. Poi la Torre, che svetta insieme ai cipressi del poggio, come se facesse parte da sempre del territorio, e che acchiappa la luce con un sistema di specchi e illumina con un improvviso squarcio di luce il centro della barriquerie; infine un grande sagrato di mattoni rossi pensato per accogliere il viavai delle operazioni di vendemmia, ma anche per ospitare eventi. Rosso il colore che Piano ha scelto per Rocca di Frassinello, il colore della frugalità della Maremma e dei suoi paesaggi medioevali. Dopo quattro anni di progettazione la cantina è stata inaugurata il 30 di giugno scorso e in quella occasione il consiglio comunale di Gavorrano, riunito in seduta straordinaria,
al suono delle chiarine e dei tamburirini, nel teatro di via Matteotti ha conferito la cittadinanza onoraria all’architetto Renzo Piano con la motivazione di “aver accresciuto il prestigio del territorio con la progettazione della cantina Rocca di Frassinello". Intanto sul mercato sono già arrivate le 130 mila bottiglie delle tre etichette importanti prodotte nel luogo dalla vendemmia 2004: Poggio alla Guardia, Le Sughere di Frassinello e Rocca di Frassinello.
La cantina è aperta per visite guidate su prenotazione ogni giorno (compresa la domenica) dalle ore 9 alle ore13 e dalle ore 15 alle ore 19.
Per prenotazioni telefonare al Direttore tecnico della cantina,Sig.Massimo Casagrande, 3382405654 oppure 0566-88201

Paolo Maggi