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il borgo oggi |
di Paolo Maggi
La giornata era limpida e l’acqua così fresca e stillata da
invitare anche le trote a danzare. Risalendo
quel tratto d’Arno, ancora giovane ruscello, in un inizio di primavera di un anno in cui i telefoni erano soltanto attaccati alle pareti o su scrivanie, non m’ero reso conto che era quasi
l’ora di pranzo e che sarei dovuto tornare a Firenze, da chi m’aspettava. D’improvviso
fra gli alberi apparve un piccolo borgo. Come un miraggio, incastonato su una
parete di una casa malandata dardeggiava uno di quei cartelli tondi, gialli e
blu che indicano, indicavano le cabine telefoniche.
Il mondo, la natura mi
rispondeva, corrispondeva.
Qualche gallina e un paio di gatti s’affacciavano
incuriositi ma sotto e intorno a quel cartello di cabine telefoniche nemmeno l’ombra!
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L'Arno a Molino di Bucchio (p. maggi) |
Pareva non ci fosse proprio nessuno. Con voce sempre più alta cercavo di far sentire la mia presenza finché un uomo, ecce homo, uscì da una porta. Barba lunga e incolta.
Buchi e strappi facevano capire che indossava due o tre maglioni e altrettanti
pantaloni, uno sopra l’altro.
“Quel cartello è li da anni, da quando questo era come un
porto di mare. La cabina c’è ancora ma non il telefono“ disse, invitandomi ad entrare.
Non c’era un vero e proprio pavimento. La cabina c’era, appena entrati sulla sinistra. Ricordo un tavolo con sopra un fiasco di
vino e un bicchiere forse in fondo alla stanza, a sinistra accanto ad una
finestra. Sulla parete di destra la cucina economica, l’acquaio e una porta.
Mi fece sedere e mi offrì da bere. Il bicchiere lasciava molto a desiderare ma il vino era buono e la diffidenza si dissolveva mano a mano
che il fiasco si alleggeriva.
Pietro viveva solo nel borgo di Molino di Bucchio fino a
qualche tempo prima “porto di mare”, condiviso con il fratello. Da quell’uomo all’apparenza
ruvido sgorgavano ricordi che popolavano quel borgo fantasma animandolo di mille
attività: il ristorante, il mulino, l’allevamento di trote con le vasche in
pietra e poi ancora gli animali e il maneggio.
La giostra s'interruppe con la morte del fratello per una
caduta da cavallo. Quel maledetto incidente cambiò tutto. Su Molino di Bucchio si accanirono
appetiti e interessi fino ad allora rimasti estranei. Probabilmente Pietro finché
ha potuto, ha resistito.
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Le vasche per le trote (p. maggi) |
Quell’incontro durò forse un'ora o forse due, poi dovetti
scappare, dovevo dare notizie a chi m'aspettava.
In una giornata limpida e fresca di primavera di un
anno in cui ci sono più
telefonini che persone, sono tornato nel vecchio borgo. Le case sono restaurate.
Le finestre hanno tutte le tendine ma non c’è più quel cartello giallo e blu e
nemmeno le galline e i gatti ad accogliermi.
C’è comunque un monumento ai caduti partigiani ma non ho
incontrato nessuno. Rovistando nei miei ricordi che si aprivano su quell'incontro come fosse stato ieri, nonostante una memoria spesso fallace, sono tornato a casa, dove non m'aspettava nessuno e ho cliccato su
Situato lungo la strada provinciale 556 che da Stia
conduce a Londa, Molin di Bucchio è tra i più antichi mulini dell’intero
territorio Casentinese.
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Pietro |
Appartenuto ai conti Guidi di Porciano, oltre
all’attività di molitura portata avanti dalla famiglia Bucchi per oltre 700
anni, Molin di Bucchio è stato anche sede di un’importante troticoltura.
La valle del Casentino, area di valore storico e
naturalistico, è terra di castelli, santuari, monasteri, borghi medievali e
foreste. Mantiene il fascino di un territorio fatto di antiche tradizioni e
ricco di un patrimonio artistico, religioso e storico. Raggiungibile in auto da
Firenze, Passo della Consuma S.S. 70, Passo di Croce a Mori S.S. 556; da
Arezzo, S.S. 71; dalla Romagna, Passo della Calla S.S.310, Passo dei Mandrioli
S.S.71.
L’ultimo mugnaio è stato Pietro Bucchi
detto anche Pietrone che, per la sua lunga barba e l’aspetto distaccato, veniva
chiamato “filosofo”.
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