22 giugno 2026

Il soldato con la pistola ad acqua

Dopo decenni di, chiamiamola pace, rispunta la guerra.
Le guerre!

A piccoli passi, con lentezza attraverso mille teatrini, suoni e immagini brutalità dopo brutalità la guerra si è insinuata nelle nostre case spegnendo tutta la sua tragicità fino a diventare una sorta di "fastidiosa" quotidianità.

E' mai possibile che nefandezze criminali perpetrate con sempre più cinica crudeltà non ci scuotano come dovrebbero?

Sì, sta accadendo, e ne siamo complici.

Spesso vengono usati i bambini come alibi per sostanziare ipocrisie e vecchi tabù, ora no, anche se vengono barbaramente trucidati sotto gli occhi di tuttə.

Poche e deboli rispetto alle forze in campo, sono le voci della ragione. Soprattutto giovani voci che a modo loro, non intendono assuefarsi all'idea di guerra.


Mi torna alla mente un libretto pubblicato nel 2003 come supplemento all'Unità a cura della "Consulta DS per l'infanzia e l'adolescenza Gianni Rodari" dal titolo "Il soldato con la pistola ad acqua". 

L'ho cercato fra i miei scaffali invano. L'ho trovato in rete.

"La guerra e la pace cosa sono per i bambini e gli adolescenti? Quali desideri e paure, immagini e riflessioni sono loro propri?: sono le domande alle quali nell'introduzione Anna Serafini, allora presidente della Consulta fa scaturire l'idea della pubblicazione. L'ho ripercorso dopo anni ed ecco nero su bianco le preziose parole di Andrea Camilleri, Maria Rita Parsi, Daniela Calzoni e Gianni Rodari e poi disegni e testimonianze da Arciragazzi, Marina Sereni e altre associazioni e fondazioni, e poi testi collettivi di alunnə di tante scuole italiane.

Insomma c'è tanto ancora da capire.

Ecco il breve racconto di Andrea Camilleri.

Un giorno in campagna
andavo a spasso con un mio nipotino

Un giorno, in campagna andavo a spasso con un mio nipotino di cinque anni armato di uno di quei fucili spaziali che si vedono nei brutti cartoni animati giapponesi. A un tratto venne assalito dalla frenesia, si mise a correre e a sparare girando su se stesso e urlando frasi senza senso.
"Che c'è" - domandai.
"Non lo vedi che questo posto è pieno di draghi" - rispose, sempre più impegnato nel combattimento. Decisi di partecipare al gioco.
"Ho paura! Ho paura! Salvami" - gridai nascondendomi dietro un albero.
Smise di colpo e mi raggiunse preoccupato.
"Davvero hai paura?"
"Sì".
"Ma non devi! Questi draghi non esistono, me l'invento io per giocarci".
"Te l'inventi te perché ti piace farci la guerra?"
Ci pensò un momento.
"Non mi piace fare la guerra, ma se non gliela faccio vincono loro".
Questa frase, sia detto fra parentesi, mi tornò in mente quando sentii anni dopo George W. Bush esporre la dottrina della guerra preventiva. Ma allora mi fece capire che i bambini, quando giocano alla guerra, recitano le loro parti con quella recitazione straniata che voleva Brecht: i bambini raccontano di essere guerrieri, ma sanno benissimo di non esserlo.
Però oscuramente intuiscono che la guerra fatta dai grandi, da coloro nei quali ripongono tutta la loro fiducia, è un'altra cosa. Montaigne ha scritto che la guerra, il distruggerci e lo scannarci tra di noi, è la testimonianza della nostra debolezza e della nostra imperfezione.
Ecco, io credo che i bambini, quando noi ci facciamo la guerra, hanno paura certo delle bombe e dei morti, ma hanno soprattutto paura perché vedono con la nitidezza del loro sguardo quello che i nostri occhi appannati non vogliono vedere: la nostra miserabile imperfezione.
Ne ho avuto la prova. Durante la guerra in Irak, due anziani signori stavano a guardare i telegiornali seduti in poltrona. Alle loro spalle, quattro bambini giocavano rumorosamente alla guerra. A un tratto sullo schermo cominciarono ad apparire immagini di ospedali di Bagdad, con corpicini devastati, offesi, dilaniati. I due signori avvertirono che lentamente alle loro spalle si era fatto silenzio. Si voltarono. I quattro bambini avevano smesso di giocare alla guerra, guardavano il televisore assorti, seri, preoccupati. Stavano tra loro stretti stretti, senza avvicinarsi, senza stringersi ai grandi come avrebbero fatto se invece di quelle immagini vere fosse stato trasmesso un film pauroso. Mettevano distanza tra i due adulti e loro.
Poi qualcuno disse: "Non fate vedere queste cose ai bambini".
E lo schermo fu oscurato. 
Ma queste cose non le vogliamo far vedere ai bambini perché temiamo che rimangano scossi o perché non vogliamo farci vedere da loro come in realtà noi grandi siamo e di quali orrende atrocità siamo capaci?

Pao Tze




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